Felicità sul posto di lavoro

Fino a poco tempo fa il metodo per incentivare il personale era basato solo su premi economici e benefit come l’auto aziendale o l’aumento dello stipendio, dopo la crisi invece, contano sempre meno gli aspetti economici e sempre più quelli relazionali.
Secondo una classifica internazionale sulle priorità attribuite ai fattori di felicità al lavoro, soltanto dopo il ventesimo posto si posizionano benefits legati alle compensazioni economiche. Nei primi dieci posti invece, si trovano fattori che riguardano i rapporti relazionali che possono portare a una soddisfazione personale.
Se si vanno a vedere i risultati distinti per Paese si vedrà che la sicurezza del posto fisso non è la priorità neanche in Italia, anche da noi infatti, si preferisce dare maggiore importanza al “clima lavorativo” e agli spazi di crescita personali e interpersonali.

Felicità sul posto di lavoro

E’ conveniente per tutti che in ufficio ci sia un clima favorevole e “felicità”.
Conveniente per la produttività, per reggere lo stress dei “fattori esterni” e per il “workout” evitando malattie psicosomatiche sia dei lavoratori che del datore di lavoro che anzi patisce maggiormente il “clima sfavorevole”.
E’ una questione sottovalutata e non tutti gli studi di consulenza nel sud Italia hanno preparazioni specifiche come il nostro, ma sono sempre di più le strutture che si rivolgono a professionisti in gestione integrata anche per la selezione del personale (inizia tutto li) e il coach aziendale oltre per quella legale, fiscale e del lavoro.

Tiziana Cantone: l’evoluzione della professione legale

La tragica vicenda di Tiziana Cantone, la ragazza che si è suicidata dopo aver invano provato a sottrarsi ad un linciaggio mediatico dovuto alla diffusione di video compromettenti, stimola anche la riflessione sul come si è evoluta la nostra professione, quella di avvocato. Non basta più infatti vincere o perdere una causa per misurare il nostro successo professionale.

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Perché, drammaticamente, non sempre questo corrisponde all’acquisizione di un benessere per il nostro Cliente. Il nostro lavoro, quello di tutelare un essere umano o un gruppo di persone, richiede ormai delle competenze più estese. Ci sono infatti due nuove aree che inevitabilmente appartengono ai servizi di uno studio legale. La prima è l’attenzione al benessere psicologico del Cliente, a partire da cosa effettivamente lo promuove. Un avvocato non si sostituisce certo ad uno psicologo, ma sicuramente può diventare un buon counselor, se adeguatamente formato. Di cosa veramente ha bisogno il nostro Cliente? Qual’è la sua vera richiesta e cosa può restituirgli una condizione di serenità? Dire semplicemente che non è affar nostro e limitarci ad inseguire, magari con un po’ di narcisismo, il successo in tribunale o in trattativa, può non solo essere poco funzionale, ma addirittura dannoso. Il secondo aspetto che ormai si lega alla nostra professione è quello della comunicazione. Non basta vincere una causa per tutelare l’immagine del nostro Cliente. Si tratta di tutelarla anche sui media, nel web, sui social. E non è possibile improvvisare o affidarci semplicemente all’evidenza giuridica. La comunicazione è una professione, le leggi che la governano non sono sempre quelle degli agoni giuridici. Ed il Cliente va tutelato utilizzando strumenti professionali appropriati e competenze che non si improvvisano.
Qualcuno potrà dire che è un po’ troppo per un singolo professionista. Questo è il motivo per cui, a parere di chi scrive, le partnership, l’acquisizione di diverse competenze, sono ormai una necessità per chi vuole svolgere il nostro mestiere. La tendenza infatti è ad una presa in carico complessiva del nostro Cliente, al maturare una più vasta attenzione all’individuo come essere umano ed alle sue necessità .

Il “Comitato Cittadino per l’Autotutela dei Diritti” ha formalmente affidato allo studio legale Andreoli & Partners l’incarico di procedere per un’azione legale collettiva (Class Action) che impegni il Comune di Marano di Napoli a ripristinare quanto prima il servizio dello spazzamento e a rivedere i costi a carico dei contribuenti imputati erroneamente sulle bollette.

Lo studio legale Andreoli & Partners si occupa dal 1997 del coordinamento nazionale di tutte le azioni giudiziarie e stragiudiziarie dell’As.C.I.I. Associazione Consumatori Italiani www.ascii.it 

Il d.lgs. 20 dicembre 2009 n. 198 ha anche introdotto nell’ordinamento italiano l’azione collettiva per l’efficienza delle amministrazioni e dei concessionari di pubblici servizi. Quest’ultimo tipo di azione può essere esercitato contro una PA o un concessionario di pubblico servizio se derivi una lesione diretta, concreta ed attuale dei propri interessi, dalla violazione di termini o dalla mancata emanazione di atti amministrativi generali obbligatori e non aventi contenuto normativo da emanarsi obbligatoriamente entro un termine fissato da una legge o da un regolamento, dalla violazione degli obblighi contenuti nelle carte di servizi ovvero dalla violazione di standard qualitativi ed economici.

 

L’infedeltà tra coniugi porta a conseguenze di non poco rilievo. La violazione di uno dei doveri coniugali più importanti, infatti, implica innanzitutto la cosiddetta Dichiarazione di addebito: il giudice, infatti, quando l’infedeltà costituisce la causa principale della separazione, può imporre all’adultero l’onere di mantenimento dell’altro coniuge, determinando anche la perdita dei suoi diritti successori nei confronti dell’ex.

Il tradimento del coniuge, dunque, costituisce ragione sufficiente per richiedere il risarcimento dei danni quando il comportamento di costui sia incompatibile con il sano e normale andamento della vita di coppia e quando lo stesso coniuge adultero mostri un evidente disinteresse nei confronti del partner.

L’infedeltà coniugale, pertanto, è punita non solo con l’eventuale addebito della separazione, ma anche con il pagamento dei danni che il coniuge “vittima del tradimento” ha subito.
La condizione necessaria consiste, in particolare, nella realizzazione plateale dell’infedeltà, che come conseguenza abbia portato la lesione di diritti costituzionalmente garantiti, della reputazione, della dignità, dell’onore dell’altro coniuge.

Secondo la sentenza n. 8862 della Corte di Cassazione sez. I, del primo Giugno 2012 “la violazione di obblighi nascenti dal matrimonio, se da un lato giustifica la pronuncia di addebito a carico di un coniuge, dall’altro può configurare un comportamento che, incidendo su beni essenziali della vita, può produrre un danno ingiusto con conseguente diritto anche al risarcimento del danno morale”.

Pertanto, il tradimento del partner può dar luogo ad un equo risarcimento in favore dell’altro, secondo i generali criteri della responsabilità civile ai sensi degli articoli 2043 e 2049 c. c., laddove, come anzidetto, si dimostri che ciò abbia leso la salute e il decoro della persona tradita.

In pratica, per essere risarciti è necessario indicare nel ricorso introduttivo del giudizio di separazione il pregiudizio alla immagine e alla salute conseguenti al tradimento, dimostrando l’entità dei danni subiti sia economici che morali.

La frequente relazione platonica via internet o a mezzo telefono, invece, per la Suprema Corte non costituisce causa di addebito, a meno che non vi sia un coinvolgimento sentimentale.

Giovanni D’Agata, presidente dello “Sportello dei Diritti” riporta l’attenzione sulla sentenza emanata dalla Cassazione penale n°53416/14 depositata il 22 dicembre, riguardante il Mobbing.
Per i giudici non conta il numero dei dipendenti in azienda , ma la qualità delle condotte persecutorie poste in essere dai capi o dal capo dell’azienda, ai fini della rilevanza penale del mobbing.
Secondo gli ermellini è possibile che vi sussista il reato di “maltrattamento in famiglia”, art. 572 c.p. anche in una piccola azienda con venticinque dipendenti; basta provare che in azienda vige un rapporto para-familiare e che il capo si comporta da padre-padrone, nei confronti dei sui dipendenti, mortificandoli gestendo i rapporti in modo autoritario.

I giudici dalla sesta sezione penale della Suprema Corte, hanno accolto il ricorso del procuratore generale presso la Corte d’appello contro l’assoluzione dei vertici aziendali, in quanto, tale provvedimento risulterebbe viziato per diversi profili: il primo riguarda l’esclusione della configurabilità del reato, decisa sul solo numero dei dipendenti; il secondo riguarda il rapporto fra l’azienda e la parte offesa che dura da lungo tempo, il terzo punto,riguarda l’atteggiamento dittatoriale del titolare che può azzerare ogni anzianità di servizio o mansione.
La decisione in merito a quanto accaduto, sarà presa dal giudice del rinvio.

Dimostrare di avere un legame affettivo e duraturo è un presupposto plausibile per ottenere il risarcimento di un danno subito in conseguenza della morte di un “caro” a causa di un incidente stradale. A ribadirlo è la Corte di Cassazione penale con la sentenza depositata il 10 novembre 2014 n°46351.

Per i giudici di legittimità in tema di risarcibilità dei pregiudizi di natura non patrimoniale conseguenza di una lesione di un diritto inviolabile della persona, il riferimento ai “prossimi congiunti” della vittima primaria; la persona che dimostra di avere avuto un legame continuo e duraturo con la vittima e che quindi la sua morte ingiusta, crea un danno profondo ed irreparabile, ha diritto ad un risarcimento, a prescindere da rapporti di parentela od affinità giuridicamente rilevanti.

Il caso nasce dalla sentenza dell’8 ottobre 2012 della Corte d’Appello di Milano, che condannava un imputato del reato di omicidio colposo, per aver cagionato, in concorso con un altro, per colpa consistita nella violazione delle norme stradali, la morte di un pedone; inoltre li condannava a risarcire, in forma liquida, la parte civile, riconoscendo alla fidanzata, non convivente, della vittima, di essere risarcita per il danno subito.

La Cassazione ha stabilito che la moglie non può chiedere l’annullamento del matrimonio a causa dei comportamenti bizzarri “sotto le coperte”, del marito; ma può solo chiedere la separazione con addebito o può denunciarlo per lesioni.

I giudici supremi, nella sentenza 3407, spiegano che i casi di annullamento sono tassativi e legati a fattori insuperabili, quali il transessualismo del coniuge o la sua totale impotenza; quindi non bastano, l’infertilità o pratiche sessuali eccentriche.

A tal proposito l’Alta Corte ha stabilito che anche se la moglie non riesce ad ottenere la cancellazione del matrimonio che la rende infelice, ha il pieno diritto a chiedere la separazione per l’insostenibilità del vincolo coniugale, con addebito al marito. Inoltre il marito può anche essere giudicato responsabile, civilmente e penalmente, di un comportamento lesivo della dignità, dell’integrità psico-fisica e della libertà di autodeterminazione del proprio partner.

Quando una cartella esattoriale viene inviata, questa deve essere notificata all’interessato, la raccomanda dell’avviso di deposito deve essere portata all’attenzione del soggetto contribuente; qualora, questo non succedesse, a causa di un errore dell’ufficiale giudiziario, la notifica della cartella esattoriale, cadrebbe, in un nulla di fatto.

Questo è quanto emerge dalla sentenza della Corte di Cassazione sez. Tributaria n°25079/14.

La Corte Tributari dell’Emilia Romagna ha reso nulla una cartella di pagamento, accogliendo, quindi, l’appello del contribuente, in quanto non si poteva ritenere realmente avvenuta la notifica della cartella di pagamento perché rispedita al mittente con la dizione “trasferito”, quando secondo legge, l’agente interessato della consegna, avrebbe dovuto procedere alla rinnovazione della notifica.
Per questo motivo il contribuente non è stato messo al corrente della notifica di pagamento, ragion per cui non ha potuto impugnare, per tempo, l’atto.

La Suprema Corte, rivelando che non sono stati eseguiti tutti i criteri di legge, ha dichiarato la notificazione inesistente.

Questo succede nell’ambito degli accertamenti tributari, coloro che arrivano terzi alle verifiche fiscali, questo è quanto stabilito dalla Corte di Cassazione, sez. Tributaria sentenza 17.12.2014 n° 26493.

L’Ufficio d’imposta, effettuando un controllo presso un consorzio,ha rilevato delle incongruenze nel versamento dell’IVA verso un’altra società consorziata, la quale si è rivolta al giudice tributario, per lamentare l’illegittimità della pretesa, in quanto non era stato rispettato il termine dilatorio di sessanta giorni dal rilascio del PVC e l’emanazione dell’avviso di accertamento.

La pretesa è stata dichiarata illegittima e l’Agenzia dell’Entrate ha operato un ricorso.

La Suprema Corte ha invalidato il controllo in quanto quest’ultimo doveva verificarsi all’interno dei locali del contribuente e non in altri adiacenti ad esso od in collaborazione con quest’ultimo, ciò è quanto stabilito dalla legge, ovvero che le garanzie dello Statuto non valgono per chi è terzo, rispetto le verifiche fiscali.

Con l’emissione della Sentenza della Commissione Tributaria Regionale di Catanzaro n°2074/02/14,  viene legittimata la cartella di pagamento  notificata al socio di una Società a Nome Collettivo.
Il contribuente ha impugnato una cartella di pagamento relativa all’IRAP  e all’IVA, per gli anni di imposta 2000 e 2001, denunciando che la notifica non doveva essere nei suoi confronti, ma nei confronti della società e che questo atto, aveva violato il principio della preventiva escussione del capitale sociale, sancito dall’art. 2304 c.c. determinando la non eseguibilità della notifica di pagamento.

La Provinciale ha rigettato il ricorso del contribuente, sancendo la corretta eseguibilità dell’Ufficio che procede, concorde è stata anche la sentenza del CTR calabrese, confermando il verdetto.

Il giudice di appello ribadisce i principi espressi dal giudice di primo grado, ovvero il socio è obbligato ad osservare una condotta di responsabilità solidale ed illimitata per i debiti, delle società a nome collettivo; quindi, in assenza di una previsione legislativa differente, il socio, dopo l’iscrizione al ruolo a carico della società, deve pagare il debito da essa contratto.

In conclusione al socio non resta che pagare le spese del giudizio di appello.